Ogni genitore ha il compito di aiutare il figlio di fronte alle difficoltà ma non tutti conoscono la differenza fra “sostegno” e “soccorso”; soprattutto le conseguenze che ne derivano.

Per “sostegno” si intende essere una base sicura, un porto a cui approdare per avere conforto, chiedere consigli, essere accettato nonostante gli errori commessi. Sostenere un figlio vuol dire essere presente emotivamente, ascoltarlo e sorreggerlo senza giudicarlo se dovesse fare scelte sbagliate. Il sostegno produce la sensazione che ci sarà sempre accanto una persona che ci ama e ci comprende, che ci parla sinceramente sottolineando i pregi e i difetti. Una sorta di occhio esterno che fa da guida ma che sta in disparte ( salvo casi estremi) lasciando lo spazio di sperimentare e quindi di vivere e imparare.

“Soccorrere” invece vuol dire sostituirsi, camminare a fianco passo dopo passo, suggerendo soluzioni, intervenendo a modificare la realtà; pensare al figlio come essere bisognoso in tutto. Sostituirsi vuol dire scegliere al posto suo, immaginare i suoi bisogni e soddisfarli prima che ne abbia fatto richiesta, fornirgli soluzioni a qualsiasi difficoltà per farlo sentire protetto.

Il caso tipico del soccorso è quello del genitore che corre a portare a scuola il quaderno o il libro dimenticato, quello che ne giustifica l’assenza perché il giorno prima il figlio non ha studiato,  il genitore che organizza ogni istante della vita della prole perché annoiarsi non è utile ma anzi dannoso e perché il buon genitore è quello che trascorre tutto il tempo possibile in sua compagnia.

Il paradosso è che la dimenticanza avrebbe portato ad un richiamo che sarebbe rimasto impresso nella mente e magari la volta successiva il figlio avrebbe provveduto; il brutto voto per non aver studiato avrebbe  generato frustrazione e avrebbe insegnato a riflettere sulle conseguenze del proprio operato; la noia avrebbe messo in moto la creatività e la fantasia, l’accesso ai pensieri e ai sogni.

CONSEGUENZE

Si perdono così le opportunità di fare esperienza di associare azioni e conseguenze, di strutturare risorse personali per diminuire la frustrazione, di tentare soluzioni nuove al problema: si perdono occasioni di crescita mentale ed emotiva.

Predisporre tutto per i figli, aumenta la loro idea che ci sarà sempre qualcuno di esterno ad occuparsi di loro, che ci sarà qualcuno che può correre in loro soccorso sempre e ciò inibisce la loro capacità di pensare e aumenta il loro senso di dipendenza. In questi casi è utile domandarsi: “a che età ritengo che mio figlio possa fare questo da solo? ” Il più delle volte i genitori non sanno rispondere. Altra domanda da farsi è: ” quanta fiducia ho nelle sue capacità? ” Ogni volta che qualcuno si sostituisce al loro operato, il messaggio inconscio che passa  è ” tu non sei capace” e questo logora l’autostima.

Come pensate che si sentirà una volta rimasto da solo? Probabilmente proverà  un’ansia crescente, tenterà di chiamarvi al cellulare e se non sarete reperibili dovrà cercare qualcuno a cui aggrapparsi, un sostituto che gli dia idee e soluzioni già pronte. Dopo anni trascorsi così non ci si può aspettare che raggiunta la maggiore età magicamente acquisiscano la capacità di fare scelte giuste.

Pensate che ciò sia proficuo in un luogo di lavoro dove verranno richieste capacità di “problem solving”, flessibilità di ruoli, rapidità di scelte, motivazione e perseveranza nel lavoro?