Il lutto nell’infanzia

Moltissimo si potrebbe scrivere sul lutto e sulle implicazioni che esso ha nello sviluppo di un bambino, scopo di questo articolo non è esaurire tutte le possibili vicende e la varietà di manifestazioni che possono sopraggiungere dopo la morte di un genitore, ma di trovare un filo di comprensione comune a chi subisce un’esperienza così devastante. Proverò di seguito a dare delle indicazioni di massima, descrivere il turbinio di emozioni che invadono i più piccoli e le differenze con il processo di lutto in un adulto. Innanzitutto bisogna specificare che la morte intesa come assenza ineluttabile, non è un concetto presente fin da subito.

  • Fino a 3 anni i bambini dipendono totalmente dai loro genitori e pertanto se uno dei due muore, soprattutto se è la madre ad andarsene, i ricordi saranno tracce sensoriali legate al modo in cui veniva curato il suo corpo, come si sentiva quando veniva abbracciato per addormentarsi…. Freud diceva che il lutto è un enigma e ciò è tanto più vero, quanto più si è piccoli. Lo stesso padre della psicoanalisi definiva queste tracce sensoriali ( non definibili come ricordi) simili alle sensazioni che ci rimango impresse dopo un brutto sogno.

  • Dai 3 ai 5 anni la morte è qualcosa di reversibile e infatti molti bimbi fantasticano di poter rivedere il defunto o chiedono quando ritornerà.

  • Dai 5 ai 9 anni il concetto di morte può essere già stato sperimentato (con quella di un animale domestico o di un nonno) assume le connotazioni di una vita parallela e viene gradualmente meno l’idea di un’assenza “ momentanea”.

  • Dai 9 anni in su il concetto di morte è sentito come condizione irreversibile.

COSA SUCCEDE NELLA MENTE DI UN BAMBINO PICCOLO QUANDO UN GENITORE MUORE?

La mente di un bambino è popolata da fantasie, molte per noi impensabili. Fra queste, una delle più comuni è la paura che un genitore muoia lasciandoli soli. Possiamo immaginare quanto debba essere devastante vedere che ciò che temeva si è realizzato. L’impatto di un lutto dipende da tanti fattori: l’età del bambino, il tipo di morte ( malattia, morte cruenta, suicidio, omicidio), i rapporti fra i membri familiari rimasti, le risorse e la struttura psicologica del genitore ancora in vita …..

Il problema fondamentale è che nell’infanzia (dalla nascita ai 10 anni circa) l’apparato mentale ed emotivo sono estremamente vulnerabili e le funzioni mentali non sono ancora del tutto strutturate né stabilizzate per riuscire a contenere un’esperienza terribile come quella della morte.

Alla nascita i bambini sono totalmente dipendenti dagli adulti che se ne prendono cura, soprattutto dalla madre che è fondamentale per la sopravvivenza. Per tale motivo se un genitore muore nei primi tre anni di vita del bambino, non rimarranno veri e propri ricordi ma tracce sensoriali legate a quei primi momenti di cura, al momento della pappa, del bagnetto…ogni perdita riguarda il corpo e parti vitali di essa.

Quanto più la morte di un genitore è precoce, tanto più le tracce sono di ordine sensoriale che oltrepassa i ricordi propriamente detti o li si può raggiungere solo a posteriori. L’espressione “angosce impensabili” indica proprio che la sofferenza è sperimentata solo a livello corporeo.

Possiamo fondatamente pensare che il vissuto del lutto in un bambino sia un malessere intenso e indecifrabile. Il mondo esterno appare minaccioso, pericoloso perché le paure più intense hanno preso forma; si ha l’impressione che chi è rimasto non capisca, sia ostile, esigente e comunque non riesce a fare le stesse cose nello stesso modo in cui le faceva chi è andato via. La rabbia per ciò che poteva essere e non è stato; la colpa che nasce fantasticando che chi è morto è andato via per qualche azione sbagliata che il piccolo ha commesso; parti di sé stesso investite nella relazione che si aveva con il defunto non funzionano più, sono annichilite. L’apparato mentale del bambino però non riesce a contenere questi vissuti così intensi e non riesce ad incanalarli in pensieri. L’adulto è in grado di riconoscere e nominare le emozioni che sente, di usare il pensiero per arginare la rabbia e il dolore, sa connettere le tracce dei legami vissuti con immagini e parole (cioè di dare forma a ciò che noi chiamiamo ricordi) può descrivere il suo malessere verbalmente e condividerlo con chi gli sta intorno, un bambino no. Più l’età è bassa, meno tutte queste funzioni sono state acquisite e stabilizzate.

Un bambino tenta di liberarsi di questo terremoto interiore e lo fa attraverso le manifestazioni più svariate e irriconoscibili che sceglierà inconsciamente secondo la struttura personale e secondo ciò che l’ambiente gli suggerisce e consente. Spesso i bambini si mostrano d’un tratto sereni come se nulla fosse accaduto, in realtà la loro mente sta solo “staccando la spina”, sta prendendo tregua da uno sconvolgimento a cui non sa far fronte. Per Winnicott la capacità di lutto è un punto di arrivo. Essa è frutto di un processo maturativo che può o non può emergere da uno stato di depressione potenziale ad alto rischio. Per quanto detto appare evidente che se gli adulti risignificano quanto accaduto nel tempo, molto lentamente, ciò vale ancora di più per un bambino.

Parti di noi continuano a funzionare e altre non rispondono più. Dopo un lutto grave, c’è un tempo che viene chiamato di limbo, uno stato sospeso nel quale lasciare andare i progetti non realizzati, le capacità sviluppate a metà, i pezzi di vita latenti e mai nati. In quel tempo sospeso, a nostra insaputa qualcosa di decisivo sta maturando: o ci si pietrifica o la vita prende nuove forme.